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Zurigo è piu' bella di Catania eppure...non lo è!
Non recedere dalla decisione di intervistare Leopoldo Flumini, dopo aver avuto con Lui un primo approccio a scopo conoscitivo, è stato per me un atto di fede. Sì, di fede in Aldo Motta... scrittore che da sempre ammiro e che me l'aveva caldeggiato fortemente, parlandomi in termini entusiastici dell'”opera prima” di questo Suo giovane amico. E' stato un atto di fede, dicevo, perchè onestamente Leopoldo non mi era piaciuto a primo acchito, non fosse altro che per il Suo approccio. Per un'ora e passa non aveva fatto altro che parlar male di Catania ed io, essendo di quelle che amano nascondersi dietro un dito, avevo trovato snob questo suo “sparare a zero” sulla città ed i suoi abitanti, stando comodamente seduto in qualche bella e confortevole casa di Zurigo. Insomma, sono come quei mariti cornuti che preferiscono non sentirselo dire. Però, onestamente, durante il nostro primo incontro, sorseggiando una limonata siciliana al tavolino di un bar, tra il frastuono dei clacson e dei motori “truccati” delle motociclette, tra orde di automobilisti indisciplinati intenti a parcheggiare in malo modo, con camerieri distratti ed un po' maleducati, con muri sfregiati da scritte e sporcizia...qualche difficoltà a difendere la mia città l'avevo avuta. Eccome! Forse era questo che mi aveva dato fastidio. Non aver avuto la forza e l'energia per difendere la mia amata e... indifendibile Catania. Altro che raggiante! Poi, la lettura del libro...la cui chiave è senz'altro la nostalgia per la propria terra... ed il disagio sofferto di vederla, giorno dopo giorno, diventare “terra di nessuno”...hanno prodotto il miracolo e cambiato il registro della mia predisposizione. Mi sono detta...“Sentiamo cosa ha da dire....” mantenendo, comunque, il coltello ben stretto tra i denti. L'intervista che segue è il resoconto di un cambiamento a tutto tondo. Da quel momento l'algido Leopoldo è diventato Leo...il mio amico svizzero “marchio liotru”!
Buon pomeriggio e ben ritrovati da Silvia Ventimiglia. Nuova puntata e nuovo protagonista di PUNTO D'INCONTRO Speciale Ritratti. Se è vero, com'è vero, che Catania e la Sicilia in generale hanno il minor numero di lettori in tutta Italia, è altrettanto vero che la nostra città è la città italiana che detiene il primato del maggior numero di scrittori. Di questo e di altro parleremo oggi con il nostro ospite che è Leopoldo Flumini.
Innanzitutto grazie Leopoldo di aver accettato il nostro invito.
R. Grazie a Voi per avermi invitato.
Leopoldo Flumini è autore di un godibilissimo volume dal titolo “Il silenzio del fico d'India”. Allora, Leopoldo... questi saranno venti minuti in cui... insomma... cercheremo di farci gli affari Suoi. Partiremo dal privato per poi approdare diciamo all'aspetto pubblico che, nel caso Suo, è proprio questa passione che Lei ha per la scrittura e che ha scoperto tutto sommato di recente, circa 4 anni fa. Allora, Lei nasce a Siracusa nel '48, ma già nel '50, La ritroviamo a Catania al seguito di un padre, oggi novantunenne, grande giocatore di calcio che, prima della guerra, aveva militato addirittura nelle grandi squadre di serie A. Mi pare, comunque, che la passione per il pallone non sia stata una passione condivisa o sbaglio?
R. Beh! La passione per il pallone si...c'era. Solo che io ho cominciato ma non ho continuato. Ho smesso. Forse c'erano troppi sacrifici da fare e per la testa avevo altre cose... invece del pallone.
A Catania, quindi, Leopoldo, Lei si forma sia umanamente che culturalmente. Quali pensa siano i valori, anche gli ingredienti della sicilianità, che ritiene di aver assorbito in questa nostra città e che poi ha esportato all'estero dove tuttora risiede?
R. Bah! Vediamo un po'! Innanzitutto, il senso dell'amicizia e poi...il dubbio. Io, difatti... vivo insieme al dubbio. Non ho certezze, assolutamente. E queste sono le cose che mi sono portato fuori e...questa cultura mi è servita molto come controbilancino con le cose che ho visto fuori...una cultura che è diversa dalla nostra sotto molti aspetti. Sotto altri aspetti, siamo uguali...naturalmente!
Certo! Ecco, la Catania che ha lasciato Lei, Leopoldo, una Catania assolutamente diversa da quella di oggi, no? Non esistono piu', ahinoi, quei fermenti culturali e sociali che animavano proprio la Catania degli anni '50 e '60. Lei è di questa scuola di pensiero...so!
R. Mah! Io, innanzitutto, me ne sono andato che avevo 26 anni...o 25...qualcosa del genere. Avevo appena finito l'Università e Catania la vivevo poco, diciamo...sì come cittadino di Catania ma non tanto profondamente. Però, certamente, certe cose...tante cose... me le sono portate dietro e Catania degli anni '70 era sì diversa...non poi tanto, tanto diversa. Molto diversa era, invece, la Catania degli anni '50/'60 che mi ricordo quand'ero bambino e ragazzino. Questo sì...era una Catania, diciamo...vedevo lì la Catania un po' ironica di Brancati, la Catania dolce di Ercole Patti...Oggi, invece, Catania da ironica è diventata cinica. E da dolce è diventata aggressiva. Dio mio...non che tutti i catanesi siano diventati così ma c'è... come dire, un filo comune, un filo conduttore che mi dà questa impressione.
Ma questo, secondo Lei, quand'è avvenuto e perchè?
R. Quando è avvenuto non lo so perchè io, poi, dal 1974 a Catania sono stato turista. Sono venuto, sì, una volta l'anno. Perchè? Non Glielo so dire effettivamente. Sicuro che ho la sensazione che la gente, poco a poco, si è resa conto che può fare quello che vuole tanto...non ci sono conseguenze...nessuno gli dice niente...e si è perso un poco quel valore secondo cui la mia libertà finisce lì dove comincia quella degli altri. Non è che Catania sia stata campione in questo anche nel passato però, diciamo...le ombre sostituiscono...si dice dove c'è sole c'è ombra. Adesso mi pare che le ombre siano piu' delle parti soleggiate.
Quindi, diciamo, che il vero problema di Catania siamo noi catanesi! Lei, tornando sempre...facendo un passo indietro nella Sua vita...laureatosi, come dicevo, nel '74 decide di stabilirsi all'estero esattamente in Svizzera. Ecco, questa è stata una scelta, come dire... ragionata insomma... per sostituire il caos di Catania con l'ordine di Zurigo oppure è stata una scelta..così...dettata dalla casualità legata alla professione che, poi, ha scelto di intraprendere ?
R. No, di ragionato c'è ben poco perchè, tra l'altro, io mica ci ragionavo tanto sulle cose...No. E' stata una scelta un poco...questo sì, volevo andare all'estero. Volevo vedere altre cose. Volevo imparare qualche lingua, confrontarmi con altre culture e poi farmi una strada mia...stretta o larga, lunga o corta...quello che sarebbe stato dopo... con le mie forze. Senza raccomandazioni, senza aiutini e senza compromessi del genere. Sono andato in Svizzera semplicemente perchè conobbi una ragazza svizzera e poi da cosa nasce cosa e sono arrivato lì ma...avrebbe potuto essere anche di un'altra nazionalità. Se fossi stato libero di scegliere sarei andato in un Paese di lingua inglese perchè, anche in quel periodo naturalmente, l'inglese era la lingua...non il tedesco.
Leopoldo, la Sua vita procede, comunque diciamo, su binari tutto sommato di normalità. Lei, come diceva, si sposa, poi diventa padre, si risposa. Insomma tanti...una vita normale ma anche tanti mutamenti. Una cosa sola non cambia nella Sua vita, l'idea di non voler tornare nella Sua terra. Così, prima di leggere il libro, si ha l'impressione parlandoLe che Lei non abbia nostalgia della Sua terra, poi leggendo questo bellissimo libro “Il silenzio del fico d'India”, insomma si cambia idea. Però, questo non voler tornare a Catania non Le sembra eccessivo, non potrebbe dare il Suo contributo a che Catania torni ad essere la Catania quantomeno della Sua infanzia e della Sua gioventù?
R. Mah! Innanzitutto, quando uno emigra, va fuori...almeno questa è la mia idea...è straniero dove va, poi resta...ecco. Non ci vuole tanto coraggio per andare...la mia è stata una curiosità...ci vuole forse coraggio a non ritornare, a restare dove uno si trova perchè ci sono delle difficoltà ma, superate poi queste difficoltà, uno resta straniero in quel posto e poi diventa lentamente straniero, nel luogo d'origine quindi...sono straniero sia lì che qui ed allora “Dov'è la Patria ?” eh...la mia Patria è, forse, solo in quelle relazioni personali, quelle poche relazioni che mi sono rimaste qui a Catania ed anche nei ricordi. E' per questo forse che, anche quando scrivo, anche senza nominare Catania...Sicilia...tutte 'ste belle cose...io ci metto dentro, suppongo, tanta sicilianità, ecco!
Leopoldo, parlando e tornando alla Sua famiglia. Lei... dicevo poco fa... ha 2 figli. Uno di 30 ed uno di 28 anni. Ecco, nelle Sue note biografiche, Lei tiene a specificare di non averLi voluti battezzare per lasciare Loro la libertà di scelta. Cos'è questo? Qualche conto in sospeso che Lei ha con la Chiesa intesa come apparato ecclesiastico oppure rispetto a ciò che la Chiesa professa perchè...così leggendo il Suo libro...mi viene in mente...mi vengono in mente i grandi interrogativi sulla Vita e sulla Creazione che sono contenuti proprio in uno dei Suoi racconti?
R. Mah! Conti in sospeso no perchè tanto importante non sono! Quindi, non sono...no! Io ho dei dubbi. Senz'altro. Come Le ho detto prima. Io vivo nel dubbio e poi non credo...io ho una specie di allergia contro tutti i sistemi che sono convinti di avere la verità dalla loro parte. Di conseguenza, la Chiesa è una...è un sistema...tale sistema. Loro sanno qual'è la verità, io non la so e, quindi, non ci posso piu' andare d'accordo. Questo a prescindere poi se credo o non credo o quello che è. Poi, il Battesimo vuol dire appartenere ad una comunità, ad una religione, ad una chiesa e quindi lo deve decidere, secondo me, chi è adulto.
Leopoldo, Lei vivendo all'estero insomma non è un ascoltatore assiduo...potrebbe esserlo seguendoci streaming...comunque è consuetudine di questa trasmissione che l'ospite scelga di ascoltare una canzone tratta dal repertorio della musica leggera italiana nella pausa tra la prima e la seconda parte...ecco una canzone diciamo...la canzone della vita. Una canzone che Lo identifichi o a cui l'ospite sia particolarmente legato. Ecco, Leopoldo Flumini cosa vorrebbe ascoltare ?
R. “L'uomo in frac” con la voce di Domenico Modugno, naturalmente!
Ed allora ascoltiamoci il grande Mimmo Modugno. RestaTe con noi!
Seconda parte di PUNTO D'INCONTRO Speciale Ritratti. Nostro graditissimo ospite di oggi Leopoldo Flumini, autore del bellissimo libro “Il silenzio del fico d'India”. Ed allora, Leopoldo, stavamo così raccontando le tappe della Sua vita. Lei a 55 anni va in pensione. Decide di andare in pensione. Ma questo perchè? Non aveva piu' voglia di continuare ad andare in ufficio, quindi mantenere quell'ordine che Lei, invece, ha ricercato per tutta la vita, o voglia, invece, di dedicarsi alle Sue tante passioni diciamo a tempo pieno? So, tra le altre cose, che Lei è un grande appassionato di tango, una passione che ha portato nella conduzione radiofonica, nella produzione di spettacoli teatrali ed anche nella Sua attività, insieme alla signora, di ballerino. A margine, aggiungo... Come fa un siciliano con l'animo del tangero a ritrovarsi nell'ordinata e, mi permetta, un po' asettica Svizzera?
E. Wow...quante domande!
...tutte in una, poi!
R...in una! Beh! Innanzitutto mi sono pensionato a 55 anni per due motivi. Un motivo era quello che erano cambiate tante cose all'interno di questa impresa dove lavoravo. Il lavoro di per sé era bello, mi interessava però tutto l'intorno non mi andava piu' giu'! Non mi andava piu' a genio. L'altro motivo era che, effettivamente, mi stavo accorgendo di non avere piu' tempo per andare in ufficio. Allora, approfittando del fatto di avere la fortuna di lavorare in un'impresa che Ti pensionava, adesso non piu'...l'hanno cambiata questa regola... a 60 anni...quindi, mi son fatto i calcoli della pensione ed ho detto...a 55 posso farlo! Naturalmente, rinunciando a qualche cosa e l'ho fatto approfittando anche del fatto che mia moglie lavora e, quindi, non devo mantenere diciamo la famiglia, devo mantenere solo me stesso. Nel caso che mia moglie volesse mandarmi al diavolo, allora potrei vivere da solo con la mia pensione.
Ecco, la seconda parte della domanda era...come fa una persona così passionale ad adattarsi a vivere in Svizzera?
R. Beh! Diciamo...forse abbiamo bisogno dei contrari. Forse abbiamo bisogno anche di imparare certe cose...ad esempio mia moglie è una persona molto spigliata, molto viva però è una persona ordinata. Io sono disordinato. Mi ci vede con una moglie disordinata? Ci uccideremmo nel giro di 24 ore. Quindi, gli opposti – in un certo senso – si attirano. Comunque non è stato facile per me vivere in Svizzera, in un paese molto ordinato dove ci sono certe regole ed oggi ne apprezzo le qualità. Sono delle grandi qualità. Gli svizzeri sono meno noiosi di quello che uno possa pensare. Anzi, hanno tanta fantasia. Però, chiaramente, Loro sanno che la Loro libertà finisce dove comincia quella degli altri e così mi ci sono anche abituato e devo dire...Posso stare bene e male, dipende dai casi, in tutt'e due le società. Questo è il vantaggio dell'emigrazione.
Tra le tante passioni, citavo il tango e cito adesso la scrittura perchè Lei, ad un certo punto, nel 2003 insomma ha questa folgorazione. Sicuramente, nella scelta di coltivare la passione per la scrittura, è stata determinante l'amicizia, ormai trentennale, con il grande Aldo Motta, che è uno degli scrittori siciliani piu' rappresentativi. Per intenderci, vorrei ricordare ai nostri ascoltatori, è quell'Aldo Motta che da sempre ci regala fotografie scritte di Catania e tratteggia con maestria vizi e virtù dei catanesi di ieri e di oggi. Determinante questa amicizia, no?
R. Eh si! E' stata determinante perchè Lui mi ha spinto..chissà per quale alchimia...mi ha spinto a scrivere e poi mi ha anche, soprattutto nei primi passi che facevo...non che, Dio mio, adesso chissà quanti passi abbia fatto...perchè ho cominciato praticamente nel 2005...Lui mi ha anche dato degli ottimi consigli. Siamo molto amici. Ci sentiamo spesso a prescindere dalla distanza, per telefono senz'altro e, quindi, si...per me è un Maestro.
Nel 2005, proprio diceva Lei, pubblica “Il silenzio del fico d'India”. Un fico d'India a volte dolce, a volte amaro, spinoso che, comunque, racconta a chi si affida al suo silenzio storie, miti e verità che ci appartengono. E' una raccolta, diciamo Leopoldo, di racconti che prende spunto dalle storielle di un personaggio da Lei realmente conosciuto in età giovanile, il posteggiatore Agatino. Che ricordo ha di Agatino?
R. Mah! Era un personaggio, per noi ragazzi a quell'epoca...Piazza Europa, quando a Piazza Europa ci si poteva giocare a palla, ancora. Ma...con Agatino io, praticamente, non c'ho mai parlato. Sapevo solo che si chiamava Agatino, che vestiva di bianco, con questo berretto alla marinara, andava con i sandali ed era molto preciso. Faceva parcheggiare le macchine. Insomma...da qua un poco ho fatto giocare la mia fantasia con questo ricordo...
Ecco, le storie che Lei racconta a volte possono anche sembrare, diciamo, banali no?...però diventano straordinarie proprio grazie alla personalità dei personaggi che le animano perchè Lei ha questa grande capacità davvero di creare delle storie di per sé banali e farle diventare straordinarie.
R. Beh! Perchè io penso che, in fondo, a parte certi casi eccezionali o certe situazioni...la vita è fatta di cose comuni, normali o se vogliamo usare la parola...banali. Però sono i nostri sentimenti che poi pongono gli accenti. Quante volte uno si dispera e l'altro dice “Ma dai, su...ma cos'è?... una fesseria così...” Si, chiaro, hanno ragione tutti e due e, quindi, io dico che non è tanto la situazione dell'eroe, quella che fa la storia, ma è quello che uno sente o come uno vede le cose e tutti le vediamo in modo diverso.
Quindi, tutto è molto relativo ma le chiedevo qual'è?...ecco...che umanità esce fuori da questa raccolta di racconti? E' un'umanità comunque...sicuramente sola, no?
R. E' un'umanità...quella che c'è qui. Quella che c'è in tutto il mondo. Noi, però, cambiamo continuamente. Ci trasformiamo. Dio mio...non ci trasformiamo definitivamente cioè, in ognuno di noi, secondo il mio punto di vista, c'è la persona buona e la persona cattiva, c'è il santo e c'è il criminale, la persona noiosa e la persona brillante. Chiaramente ci sono degli eccessi ma se parliamo, diciamo, delle persone normali, abbiamo diversi aspetti in noi, abbiamo diversi personaggi. Ad esempio io, a volte se devo risolvere qualche problema, faccio una “seduta” con i personaggi che c'ho dentro perchè c'è quello che mi dice “No. Metti i soldi dentro e fai questo”. C'è l'altro che dice “Ma Tu sei pazzo! Devi risparmiare. Non puoi perchè ci sono altre priorità”. Poi c'è l'altro che dice “però...un momento. Qua il marketing impone...” Quindi, già quando io faccio certi ragionamenti già viene fuori il ragioniere, l'imprenditore, il disfattista, l'illuso...mah! Tutte queste cose ci vengono fuori dai nostri rapporti quotidiani e, quindi, mettendo l'accento un po' su un aspetto o sull'altro ecco che, come anche faccio con certi personaggi, c'è una specie di trasformazione continua, progresso e regresso, vigliaccheria e coraggio. Li abbiamo tutti dentro!
Ma, tra tutti i racconti...perchè ricordo agli ascoltatori che è una raccolta di racconti, c'è un racconto che Lei ama particolarmente? E perchè?
R. Mah! Forse, diciamo “Ernestino”. “Ernestino” perchè...non solo perchè forse è il piu' poetico...secondo la mia opinione ma anche perchè il simbolo di questo racconto è volare. Tutti vogliamo volare in un modo o nell'altro solo che il senso comune delle cose ci riporta a terra. Insomma...fa male!
Leopoldo siamo quasi in chiusura di trasmissione. Per rispondere alla nostra considerazione iniziale. Perchè a Catania ci sono piu' scrittori che lettori? C'entra il fatto che, anche come persone, siamo un po' delle isole. Siamo piu' propensi a raccontare le nostre storie anziché essere disposti all'ascolto dell'altro, insomma?
R. Mah! Le storie si possono raccontare come anche menziona l'introduzione di questo libro in relazione al personaggio Agatino...si possono raccontare anche senza scriverle anzi, forse raccontandole senza scriverle, forse è anche meglio perchè vengono adattate continuamente all'auditorio. Il fatto che abbiamo perso l'abitudine di raccontare...siamo piu' predisposti adesso ad ascoltare e purtroppo si ascoltano delle...tante scempiaggini. La televisione naturalmente non la rifiuto, anzi. E' uno strumento che io uso. A volte si possono ascoltare delle cose anche simpatiche, ci fanno passare il tempo quando non abbiamo voglia né di leggere né di fare nient'altro però... dicono tante fesserie. La televisione italiana è, purtroppo, una delle peggiori in Europa e quindi abbiamo perso anche l'elasticità, il muscolo diciamo del racconto. L'abbiamo perso. Non siamo piu' capaci di raccontare. Dovremmo forse ritornare indietro nel tempo così...annoiandoci, intorno al fuoco per mancanza anche del riscaldamento e tutto ed allora ricominceremmo a raccontare. Questa è una cosa da uomini primitivi se vogliamo. Ecco, forse dovremmo ritornare indietro.
Proprio in una battuta, Leopoldo. Fuori onda mi parlava di una Catania da Terzo Mondo. Ma, secondo lei, la cultura ci salverà?
R. La cultura ? Ma, non lo so. Dipende da cosa vuol dire cultura! Bisognerebbe definirla. Io dico che chi puo' salvare una città è il cittadino perchè in un paese democratico è il cittadino che decide e fa. Il politico puo' suggerire. Il politico puo' realizzare quello che vogliono i cittadini. Catania sì io dico...guardandola così...com'è ridotta...è un Paese del Terzo Mondo e dico con negozi da Paese industrializzato. Dovrebbe cambiare il cittadino. Cambiando il cittadino cambierebbe anche il politico. Questa è l'esperienza che ho fatto io all'estero... sia anche in altri Paesi del Terzo Mondo viaggiando per motivi di lavoro e sia in Svizzera, in una città che è definita, secondo certe inchieste fatte negli Stati Uniti, la città piu' vivibile nel mondo. Quindi, non facciamo il confronto fra Zurigo e Catania, per l'amor di Dio, anche se una volta ho scritto un articoletto dicendo che “Zurigo è piu' bella di Catania eppure non lo è!”.
Benissimo, Leopoldo, grazie di aver accettato di parlare con noi, di Lei ed anche del Suo libro che ricordo è “Il silenzio del fico d'India”. Ringraziamo Leopoldo Flumini e ringraziamo anche Carmelo Volpe, titolare della libreria “La Cultura” che ci ha ospitato oggi. Raccomando agli ascoltatori di frequentare la libreria che sta attraverso...la libreria “La cultura” di Catania...che sta attraversando un periodo difficile. Da Silvia Ventimiglia è tutto. L'appuntamento è per giovedì prossimo. Stessa ora, stessa frequenza. Alla prossima!
Premuto stop, mi accorgo di aver messo da parte, senza accorgermene, quel “coltello” che avevo tra i denti ad inizio di intervista. Non una parola detta né un giudizio su Catania ha urtato la mia suscettibilità. Leopoldo ha usato le parole dell'innamorato tradito dalla Sua amata....la prenderebbe a schiaffi ma non puo' fare a meno di amarLa. Tanto basta...capitolo su tutti i fronti!
Ritornato nella Sua casa all'estero, Leopoldo mi manda una e-mail, che apre con saluti e ringraziamenti formali e tanto svizzeri ”Grazie e saluti a Te, cara Silvia, e....” concludendo con un catanesissimo”... “ Saluti anche a quella PUTTANA di...Catania!!!”.
Ma allora è un vizio!!!! Alla prossima!
Nota per i lettori. Trattasi di trascrizione integrale.
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